La Pieve di San Martino alla Cappella si staglia tra i monti dell’Alta Versilia, al cospetto dell’Altissimo.
Collocata sul lato sinistro della strada che collega Seravezza ad Azzano, sorge accanto a ciò che resta di quello che è stato fino all’immediato secondo dopoguerra l’Oratorio dell’Annunziata.
Qui, infatti, avevano sede le numerose congregazioni religiose della zona che, successivamente, sono andate gradualmente scomparendo. Questo è dimostrato dal fatto che l’edificio è diventato una sorta di salone a cielo aperto che conserva ancora qualche frammento del suo vecchio splendore, in particolare sulle pareti e sul pavimento.

Un complesso edilizio ampio
Il complesso in cui si inserisce la Pieve di San Martino alla Cappella è piuttosto ampio. Come anticipato comprende i resti dell’oratorio dell’Annunziata ma non solo.
Un complesso che mantiene, indenne negli anni, la sua rude monumentalità e che è formato dalla chiesa, dalla canonica e da un massiccio campanile asimmetrico che si distacca molto dalle architetture esterne eleganti della chiesa. Si tratta, infatti, di una torre che, oltre alla funzione di carattere religioso, è stata certamente usata per scopi militari, in particolare durante il periodo della dominazione longobarda.
La costruzione della Pieve
La prima chiesa costruita qua ha origini antichissime, anche se difficilmente databili.
I primi documenti presenti nell’Archivio Arcivescovile di Lucca ne attestano la presenza fin dal secolo VIII. Non è, però, questa costruzione ad essere arrivata ai giorni nostri.
La chiesa che possiamo ammirare oggi, infatti, risale ai primi anni del secolo XIII. Una fonte certa fa risalire al 1299 la concessione del fonte battesimale da parte del vescovo di Luni.
Questo permise alla Pieve di San Martino alla Cappella di distaccarsi dalla Pieve di Vallecchia, per sostituirla come giurisdizione su tutta la zona montana versiliese.
Pieve di San Martino alla Cappella: il famoso Rosone di Michelangelo
Non esistono fonti certe ma la tradizione attribuisce il rosone presente sulla facciata al grandissimo Michelangelo.
L’artista, infatti, proprio a Seravezza trascorse alcuni anni per sovrintendere personalmente alla scelta ed al trasporto dei blocchi di marmo che poi sarebbero serviti per scolpire i suoi magnifici e insuperabili capolavori.
Per questo motivo il rosone è conosciuto come “Occhio di Michelangelo” e risale al XVI secolo. Di sicuro, come detto dal professor Danilo Orlandi, “se Michelangelo non ci ha messo le mani, certamente ci ha posato gli occhi”.